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Per niente post
A Pasqua sono stata a Praga. Avevo un sacco di cose in testa, mi sono incontrata lì con Paolo dopo due mesi che non ci vedevamo e avrei voluto fare piazza pulita di un sacco di cose. Invece non ho fatto i conti con un piccolo particolare che avevo dimenticato completamente, quasi come sono riuscita a dimenticare tutto quello che ho studiato all'Università: Praga è una città che vuole l'attenzione assoluta, almeno la mia. Mi piacciono le città che fanno un gran casino, e nessuna come lei mescola storie in altri luoghi impensabili insieme: arabo, gotico e barocco, ebreo, cattolico, protestante, pensieri di rivoluzionari e anarchici e di gesuiti, alchimia e scienza. Praga è una città che ha vissuto tra una strada e l'altra tutte le guerre più sanguinose della storia europea, ma ti fa credere per l'aria imperturbabile che le abbia risolte con un brindisi di Sliwowitz, o come cavolo si scrive. Il fascino perfetto dello squilibrio precario mitteleuropeo lo ha tutto lei, con il suo aspetto tetro e decedente e allo stesso tempo di placida signora che ti serve lì su un piatto d'argento tutto quello in cui possiamo riconoscerci tutti perchè lei è nel cuore (proprio il cuore: appena sopra al centro e un po' a sinistra) del nostro continente.
Ecco la sognante Teresa in grave stato confusionale causato da redivive suggestioni letterarie attraversare di gran carriera il Ponte Carlo. Da SOLA, perché gli architetti moderni sono tutti presi dalla risoluzione del dilemma ampiamente risolvibile in un fine settimana: che vogliamo fare delle aree extraurbane metropolitane post-comuniste, nuova frontiera dell'architettura contemporanea, ora che Berlino l'abbiamo già rifatta?. E se non fosse in tale stato confusionale, in effetti le aree extraurbane postcomuniste avrebbero potuto essere una buona idea anche per lei, perché certamente non sarebbero state invase dalle orde di turisti dentro le quali la suddetta sta per essere fagocitata. Una roba così non l'aveva ancora vista neanche nei fine settimana primaverili di Firenze: eserciti di uomini col borsello e donne in prendisole rimpinzati di gulasch e birra che sbucano da tutte le parti, assolutamente rimbambiti da troppe immagini e parole insieme, infatti sono concentrati sull'unica cosa importante, il fazzolettino del colore giusto sventolato dalla guida giusta, per non finire nell'albergo con l'orda sbagliata. Scene raccapriccianti, che montano in nervosismo mano a mano che la vacanza evidentemente si protrae. La più turpe certamente quella in cui due "fratellini" di provenienza italiana si sono presi a schiaffoni rotolandosi per terra davanti alla statua di Ian Hus mentre il padre li ricopriva, cercando di essere equo nella distribuzione, di insulti irripetibili.
Il mercato del turismo è una cosa che mi deprime davvero, e lo dico a chi mi conosce: se un giorno comincerò a fare i viaggi delle pentole a pressione, datemi un colpo, forte, in testa. A me sembra evidente: se sto un giorno a Praga non ha senso che mi attraverso tutta la città a passo di marcia per entrare nel castello, soprattutto se ho ottanta anni: meglio guardarlo dal basso e capire come si impone sulla città, meglio prendere un caffè, meglio attraversare le strade del quartiere ebraico e mangiare kosher, almeno l'infarto mi viene per una roba che mi sono goduto fino in fondo. Ma per farla finalmente breve, in questo gran casino qualcosa che continuamente si ripropone all'occhio del turista, e quindi anche a lei, turba definitivamente la sua pace. Franz Kafka. Visto da sotto, da sopra, travestito, riprodotto in ogni luogo in cui deve essere stato (ovunque, Praga è grande quanto San Giovanni a Roma), persino SORRIDENTE. Non ho trovato mai niente di così offensivo, crudele, irrispettoso e profondamente ingiusto nei confronti di un personaggio così importante ma disperatamente infelice e solo.
Kafka è nato a Praga. Ma, guarda un po', difficilmente ha scritto di Praga, e la sua città natale si riconosce in descrizioni inquietanti di stati di prigionia e soffocamento, nella rappresentazione surreale di stati allucinanti, nelle suggestioni di persecuzione e solitudine ricorrenti nei suoi romanzi. E' morto di tubercolosi a 41 anni, lontano da Praga, dove finalmente era riuscito ad essere un po' felice con una donna, e sono contenta che gli sia andata così, perché la sua famiglia ebrea, da Praga, è stata deportata e completamente sterminata nei campi di concentramento. Perché fregarsene e farne una macchietta da baraccone?
Allora va in un caffé mitteleuropeo, non quello dove Franz andava a scrivere e incontrava l'amico biografo Max Brod, perché è chiuso da decenni, forse per risparmiargli la vergogna: "guarda che figo qui Kafka ha pensato di essere uno scarafaggio!", ma in uno sciccoso Slavia, tutto nostalgia anni '30, dove si sono incontrati per dissertare di indoeuropeo i maggiori linguisti della scuola russa del XIX secolo, e legge dalla biografia di Brod:
"Ricordo quanto compativamo quei turisti armati solamente di
macchina fotografica e che visibilmente ignoravano il superiore
piacere di prendere note dei nostri viaggi. Concepivamo un
progetto che rasentava la follia, ma che ci ostinavamo ad
arricchire con ogni sorta di idee divertenti. Avevamo immaginato
di creare un nuovo tipo di guida. Doveva intitolarsi "Per
niente", per esempio: "Per niente in Svizzera", "Per niente a
Parigi". Franz era infaticabile e provava una gioia infantile a
perfezionare in ogni dettaglio questo progetto che avrebbe dovuto
farci milionari strappandoci al nostro orribile lavoro burocratico".
Che bello. Franz, la faccio io, la "per niente guida". Sarebbe meraviglioso realizzare un tuo sogno, e anche io sono stanca del mio lavoro. Potrebbero essere una serie di guide dedicate a te senza confini politici, ma solo di idee, o di cose da fare, magari in Europa, perché tu sei un padre dell'Europa. "Per niente Vienna" per giri in bicicletta lungo il Danubio, "Per niente Londra", itinerario gastronomico del fast food internazionale, "Per niente Berlino" per capire la periferia post-comunista.
